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the fly

Little Fly,
Thy summer's play
My thoughtless hand
Has brushed away.

Am not I
A fly like thee?
Or art not thou
A man like me?

For I dance
And drink and sing,
Till some blind hand
Shall brush my wing.

If thought is life
And strength and breath,
And the want
Of thought is death,

Then am I
A happy fly,
If I live
Or if I die.

william blake

<

"La sinistra, e in particolare quella
massimalista,
propone di rendere
uguali il figlio del professionista
e il figlio dell'operaio"
(Berlusconi, 3 Aprile 2006)


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POLITICA
29 marzo 2007
La pelosa sollecitudine dei vescovi e il dovere dei politici cattolici
Da bravo e devoto cattolico, la preoccupazione dei vescovi per la famiglia la condivido in tutto e per tutto. anzi, molto probabilmente, sono molto più preoccupato di molti vescovi. Detto questo, la famigerata nota della CEI non è solo discutibile per merito e metodo, è proprio sbagliata, è roba dell'altro mondo.

1. Da una lunga prolusione sull'importanza della famiglia tradizionale, che potrei perfino sottoscrivere e controfirmare, i nostri illuminati pastori deducono che: "la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo [perchè...] del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume". Io non so che storia insegnino in vaticano, ma a me pare proprio il contrario: è la società che si modifica e si evolve a rendere impellenti modifiche legislative. E pure il fatto che il più grande e forte partito comunista in una democrazia occidentale sia sbocciato proprio entro i confini dello stato pontificio non depone propri a favore dei nostri vescovi. E, come ci ricorda supra, nemmeno la natalità più bassa del mondo dopo 40 anni di governo democristiano può essere considerata una freccia all'arco per Bagnasco e compagnia.

Da bravo cattocomunista dossettiano, non posso che constatare come siano proprio dinamiche intrinseche allo sviluppo capitalismo a comportare una crescente individualizzazione della società: la specializzazione produttiva, la merce e il suo valore di scambio, la forza lavoro e il suo prezzo, la liberazione dalla servitù della gleba e l'urbanizzazione, la catena di montaggio e il telelavoro. La direzione è una: il dissolvimento di ogni legame sociale. L'ultimo rimasto è la famiglia biparentale. Non durerà molto, poi ci sarà un meraviglioso brave new world, dove, siamo sicuri, l'opus dei meriterà un sacco di donazioni.

Ma se proprio vogliamo ammettere un qualche effetto della legislazione sulla società, a me pare che la precarizzazione del lavoro, indefessamente portata avanti da destra e sinistra, am soprattutto da devoti cattolici, contribuisca alla disgregazione delle famiglie molto più che i terribili DICO. Si sono mai chiesti i nostri preoccupati pastori quanto sia difficile fare un bambino quando si ha un cocopro al posto di un lavoro, quando si guadagna meno del minimo salariale, quando non si potrà mai avere un mutuo e pure affittare una casa sembra un miraggio? Eppure non ricordo proprio urgenti note pastorali a difesa della famiglia in questi frangenti. Perchè? Sono troppo stupidi per vedere il collegamento? Oppure la sollecitudine pastorale è un bene in vendita ai nostri nanocapitalisti? La preoccupazione della CEI è pelosa, peggio: è unidirezionale, manca di costanza e coerenza, è una controtestimonianza.

2. I vescovi danno un ordine ai parlamentari cattolici basandosi su un ragionamento sbagliato (o, per lo meno, fortemente opinabile) e che non ha nulla a che vedere con il vangelo. Il fatto, poi, che i vescovi si arroghino il diritto di stabilire quali siano le "soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" è una cosa che avrebbe del ridicolo se non fosse drammatica. Il lavoro dei vescovi non è scrivere leggi e dettarle ai parlamentari. Sono i politici cattolici che si fanno carico del ministero di farsi carico dell'interpretazione e implementazione del Vangelo nella legislazione. Ed è pure copito dei politici cattolici alzare la voce quando i preti superano i loro confini e si fanno cogliere da tentazioni temporalistiche, invece di dedicarsi alla testimonianza del Cristo.

Se fossi in vescovo, in tutta onestà, dei DICO non me ne sbatterebbe nulla. Viviamo in una società in cui i cristiani sono una specie in via di estinzione; con chiese vuote; nuove idolatrie che sembrano inarrestabili; ipocrisia, conflittualità e incertezza tra gli stessi credenti. In un mondo che sta perdendo Cristo, preoccuparsi dei DICO come fossero una priorità è come rasettare la cabina mentre la nave affonda. O forse in vaticano c'è ancora qualcuno che crede che si possa mandare la gente in paradiso con l'aiuto dei carabinieri?




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POLITICA
26 marzo 2007
Quello che Rutelli non sa: dell'importanza di essere socialisti europei
La diffidenza di Francesco Rutelli e dei suoi cicorioni verso il Partito Socialista Europeo è sicuramente dovuta a obsoleti pregiudizi anticomunisti ereditati da Marco Pannella e da bieca ignoranza e superficialità. Se infatti guardassero con più attenzione e senza tanta spocchia scoprirebbero che il PSE ospita un partito sinceramente riformista, moderno, giovane e dinamico.

Al governo, infatti, ha realisticamente sostenuto tutte, ma proprio tutte, le guerre di Bush; ha come ministro un moderno membro dell'Opus Dei (altro che Binetti!); riformisticamente approva finanziarie regressive che tassano i poveri per detassare i ricchi; e altra robetta del genere a favore dei ceti produttivi. I risultati sono spettacolari da far invidia pure a Padoa Schioppa: aumenta la disuguaglianza e diminuisce la mobilità sociale.

Se Rutelli sapesse l'inglese, saprebbe anche che il Partito Socialista Europeo è la casa più accogliente per  il nascituro Partito Democratico.




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politica estera
22 marzo 2007
Conferenza di pace in Afghanistan: molto più che Talebani sì o no
In Afghanistan le truppe NATO stanno facendo, nè più nè meno, la fine di quelle sovietiche. Questo stato di cose, la guerriglia talebana invincibile, i signori della guerra, un governo impotente e delegittimato, sono uno dei conti presentati alla politica estera statunitense. Sullo scontrino c’è scritto bancarotta. Ora bisogna cambiare direzione e strategia: la la conferenza internazionale va bene, ma prima bisogna sapere per farci cosa. Il ruolo dei Talebani non può che conseguirne. Il resto sul bloggoverno.



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VIAGGI
20 marzo 2007
Il culo di londra: il loop da west wickham a hamsey green
Dopo aver attraversato la società londinese nelle sue stratificazioni, nel tempo, storico e metereologico, e nello spazio, la quarta tappa del london loop si dimostra un po' pallosetta, se non fosse per la sorpresa a metà percorso. è una sorta di ricapitolazione, un bignami del sud londinese, un minestrone senza carattere, se non fosse per quella spezia insolita ed esotica.

C'è la chiesa anglicana con il suo cimitero, proprio dove passa il meridiano di greenwich. C'è il campo da rugby. C'è la foresta, abitata da quel tipo di fatine fastidiose che ti bisbigliano nelle orecchie mentre cammini, ma si zittiscono appena ti fermi e ricominciano appena riparti. In mezzo alla foresta c'è anche il cartello che ci indica quando manca a Kingston (on the Thames) e quanta strada ci siamo lasciati alle spalle. C'è naturalmente il campo da golf, autentica maledizione di tutti i viandanti d'Inghilterra, che mi costringe ad attraversare una natura, addomestica come se fosse un barboncino, di fretta, con il ridicolo terrore di venire atterrato da un pallina da golf. Poi ci sono le fattorie e le colline. Tutto già visto, già assaporato.

Ma in mezzo a tutto questo, c'è londra che mostra il suo placido culo. si scala una ripida collina, qualche metro di dislivello. poi uno spettacolo a cui il mio povero cellulare non riesce a rendere merito. Si vede croydon, ma pure a guardare lontano, se si aguzza l'occhio si scorgono le torri di vetro, sempre illuminate anche quando sono deserte della nuova babilonia, quelle di canary wharf. Solo cinquant'anni fa lì ci stavano i camalli, ora sono stati soppiantati dai broker finanziari, con un colpo di clic.

La tappa finisce ad hamsey green, sperduto che non sembra nemmeno di essere a londra. e splende perfino il sole.





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POLITICA
12 marzo 2007
Nonostante tutto, grazie.
Mi hanno fatto perdere il mio giorno libero. Mi hanno indotto in una polemica al calor bianco con la cara Tisbe. Hanno reso tesi come corde di chitarra i rapporti all'interno della redazione. Mi hanno rovinato la mia ultima settimana da redattore.

Ciò nonostante, vorrei ringraziare pubblicamente i bloggers che hanno richiesto la votazione sul premio e, con un risultato ormai certo e schiacciante, hanno deciso di rimanere nel kilombo. Li vorrei ringraziare perchè i kilombisti hanno potuto danzare la loro prima vera capoeira. Non è stata, è vero, la nostra prima votazione, ma è stata, sicuramente, la più sentita, la prima ad essere combattuta. C'è stato un dibattito franco, passionale, con qualche colpo basso (elencati in dettaglio da filomeno), alcune uscite al limite della buona educazione, ignobili e anonimi provocatori e qualche osservatore incapace destrorso incapace di comprendere lo spettacolo ferino della democrazia.

Ci sono stati molti post, molte mail, molti voti. Si è discusso nel merito e nel metodo. Su chi fosse la IADL e se fosse giusto votare. Si è discusso di antisemitismo e razzismo. e stasera è in corso pure un duello tra gentildonne (? ?). Al referendum sull'associazione mi ero lamentato che il fronte del no non si fosse espresso, quasi fossero tutti franchi tiratori. Questo giro no. Per fortuna. Mi hanno fatto incazzare. Hanno portato avanti argomenti, a mio avviso, inconsistenti. Ma si sono presi anche le loro belle botte e hanno combattuto, coraggiosamente, a viso scoperto. Questo era il Kilombo che mi auguravo, quello che non ha paura del conflitto, ma lo vive come un momento creativo, che, alla fine, crea relazioni, mette in moto neuroni, rende l'aggregatore un progetto politico vivo.

Per questo li voglio ringraziare. E, spero non me ne voglia, sono anche convinto che il premio conferito a kilombo sia merito anche di uno come lui.






permalink | inviato da il 12/3/2007 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
POLITICA
9 marzo 2007
Un anno di Kilombo e un primo bilancio
ilombo ha fatto un anno dall'inaugurazione ufficiale. Ha, perfino, ricevuto un regalo di compleanno. Il premio "La Mezzaluna d'Oro", come miglior progetto politico del web. E' una fantastica opportunità per i kilombisti di incontrarsi e discutere del futuro del nostro aggregatore. Ma Kilombo festeggerà, soprattutto, con le seconde elezioni redazionali.

E' una scadenza importantissima, perchè la nuova redazione sarà speciale sotto diversi punti di vista. Se i primi redattori hanno avuto il compito di far partire il progetto, mentre i secondi hanno messo in cantiere i prossimi passi, spetterà ai prossimi redattori realizzare e inaugurare la versione più completa e matura, dal punto di vista tecnico e dei contenuti, del metablog delle sinistre. La terza redazione sarà composta esclusivamente da membri eletti democraticame attraverso elezioni e tutti i bloggers che hanno dato il via a kilombo abbandoneranno ogni incarico redazionale. E' un passaggio cruciale in termini di leggittimazione, ma soprattutto una dimostrazione della validità e sostenibilità del progetto kilombista. Faccio quindi un grosso in bocca al lupo a tutti i candidati, ringraziandoli per la disponibilità a mettersi in gioco e augurando loro una capacità di interagire con il collettivo migliore di quella delle redazioni precedenti.

Ad un anno dall'inaugurazione qualche bilancio è indispensabile. Kilombo è nato per mettere insieme tutte le sinistre del web, per tornare a parlarsi e, soprattutto, ad ascoltare. Per conoscersi, per condividere informazioni, per diffondere progetti e per litigare (chè lo sappiamo tutti che è proprio questo il bello del blogging politico!). Il rischio era che il metablog si trasformasse, invece, in una vetrina per bloggers interessati
poco al progetto politico, e molto ad ottenere l'egoistica visibilità segnalata dai contavisite. Questo rischio c'è tutt'ora e, temo, bisognerà conviverci. Però, girovagando per i blog aggregati ho notato come, alla fine, un'identità kilombista stia nascendo e le interazioni tra kilombisti si stiano moltiplicando e fortificando. Sempre più spesso ci si commenta a vicenda. E non solo per darle addosso al Valerio Pieroni (che però se le cerca, vero Valerio?). Alcuni progetti di collaborazione più avanzata sono nati grazie al contributo di molti kilombisti, come il bloggoverno o l'officinademocratica

Se le manifestazioni sono il sale (o il pepe) della democrazia, le polemiche sono il sale e il pepe di Kilombo. Anche e soprattutto quelle intorno alle decisioni più difficili e discutibili della redazione, quando ha deciso di censurare e quando ha deciso di non farlo. La redazione non deve essere rinchiusa in una torre d'avorio o seguita come si segue un generale. La critica, anche aspra, serve a tenere il polso della situazione e ad imparare dagli eventuali errori fatti. Ringrazio qui, con il mio ultimo post da redattore Korvo Rosso, per la grande maturità con cui ha accettato una censura (che continuo a ritenere, però, doverosa).

Nel Kilombo, però, una discussione più ampia, generale e importante dovrà avere luogo il prima possibile, avente per tema la violenza. Alcuni bloggers hanno espresso la loro solidarietà al terrorismo, altri flirtano con un linguaggio truculento. Nonostante la condanna alla guerra americana sembra essere un comune denominatore nel metablog, il pacifismo sicuramente non lo è. E come lo potrebbe essere con tutti i che guevara che pendono dai nostri muri, blog e cuori? C'è una violenza giusta, o necessaria? Se sì, quale? Perchè inneggiare alle brigate rosse non è accettabile, mentre riconoscersi nella resistenza sì? Molte ancora sarebbero le domande da farsi. Mi auguro che il tema venga affrontato al più presto, con apertura mentale e disponibilità al dialogo. Sarebbe la prova inconfutabile della preziosità di kilombo.

Ah, da Munch si stanno proponendo poesie da leggersi alla premiazione della mezzaluna, a napoli il 21. (ancora poco conosciuti e con una grafica molto inferiore ai contenuti). Altri ancora mi auguro nascano presto.






permalink | inviato da il 9/3/2007 alle 1:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
VIAGGI
6 marzo 2007
La storia fatta dai re: il loop da jubilee park a west wickham common
Il Loop è pianeggiante, eppure le prime tre tappe sono una scalata sulla stratificazione sociale inglese. Ero partito dalle discariche della periferia di Erith. Sono poi passato ai tentativi delle classi medie suburbane di salvarsi uno straccio di verde dalle speculazioni edilizie. La terza tratta taglia gli spazi enormi di una ricchezza terriera e aristocratica. Passo giardini botanici, cimiteri wasps, campi da golf, fattorie degli animali, palazzi candidi a presidiare le colline e le vacche fino alla fontana di Cesare, attraverso sentieri rimestati dagli zoccoli dei cavalli, che mi rendono il passo faticoso e fangoso (ma i miei scarponcini si rivelano un ottimo acquisto). Ma è anche un viaggio casuale e disordinato attraverso la storia inglese, tra regine straccione e primi ministri della corona, le truppe di Adriano e il trionfo del capitale

Si parte da una foresta di faggi che nasconde un torrente silenzioso. Poi, oltre la suburbia di Bromley, la chiesa di St. Giles l'abate, presidiata da un cimitero d'inglesi, bianchi e anglicani. Una lapide, però, fa eccezione e mi rapisce la fantasia: è la tomba del re degli zingari, Levi Boswell, e di sua moglie Urania "Gypsy Lee", la chiaroveggente che previde la morte del re e il giorno e l'ora della propria, figlia di Sara la Nera, regina delle dighe del diavolo. Si racconta che al funerale di Gypsy Lee ci furono 15.000 persone, tra cui la regina Vittoria.

Oltre la collina e oltre il traffico, il parco di High Elms, giardino botanico della famiglia Lubbock e in mezzo al giardino i resti della loro villa e del campo da "Eton Fives", uno squash ante litteram, completo di tre pareti e ostacoli in mezzo (passanti compresi). E ancora colline, oltre il campo da golf, da attraversare con estrema cautela. Si costeggiano i pascoli per i cavalli fino ad una fattoria con un campanile bianco ed un orologio, a scandire i ritmi di lavoro dei braccianti. Da qui, lontano, seminascosto dalla nebbia, sul cucuzzulo più alto, un palazzo con un colonnato greco, giusto per ricordare a chi zappa nei campi dove sta l'Olimpo e chi sono gli dei dell'età moderna. Si tratta del palazzo di Holwood, già appartenuto al primo ministro inglese William Pitt. Il percorso costeggia la tenuta di Holwood, senza mai avvicinarsi alla villa. Passa, però, una panchina di pietra, imprigionata da un recinto di filo di ferro, dove Willbeforce e Pitt decisero di proporre una legge per l'abolizione della schiavitù.

In un certo senso, su questa panchina è avvenuta la staffetta tra la nobiltà legata alla terra e la borghesia capitalista, affamata di lavoratori liberi di vendere le proprie braccia ai sempre mutanti bisogni del capitale, liberi di abbandonare le campagne rozze di via della scoreggia per gli slums di Londra, liberi di essere assunti, ma, soprattutto, licenziati.

La fine del tragitto è un ritorno ad un passato ancora più lontano, a un forte dell'età del ferro abbeverato da una sorgente e spazzato via dalla colonizzazione romana e i campi di una campagna che impercettibilmente si ritrasforma in città.




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politica estera
1 marzo 2007
La cooperazione allo sviluppo italiana: più quantità, ma dov'è la qualità?

45 milioni di euro di debito sono stati riconvertiti in gennaio dal nostro governo in favore della lotta alla povertà in Kenya. Nel suo discorso per la fiducia al Senato, lo stesso Romano Prodi ha ricordato come siano stati raddoppiati gli aiuti allo sviluppo italiani. Sarebbero iniziative benevenute, ma senza una chiara e organica strategia politica, rischiano di diventare un velleitario spreco di risorse pubbliche.

L'Italia ha destinato l'anno scorso lo 0,24% del pil per aiuti allo sviluppo. E', quindi, l'ultimo paese europeo in quanto a fondi destinati allo sviluppo ed è ben lontano dal traguardo promesso insieme agli altri paesi europei dello 0,33%. Le misure del governo non fanno che andare verso il riallineamento dell'Italia alla media degli altri paesi europei. Ma questo non basta.

Primo: fare chiarezza sulla qualità degli aiuti italiani. Ad aprile un report congiunto di NGO europee ha evidenziato come, nel 2001, il 92% degli aiuti italiani era "legato" al riacquisto del paese destinatario di beni e servizi italiani. Un aiuto alle imprese nostrane, più che a quelle del sud del mondo, quindi. Dopo il 2001 non sono più stati pubblicati dati. Inoltre, i dati italiani, ed europei in genere, comprendono sia il condono del debito e gli aiuti diretti, mentre, per trasparenza, i due dati andrebbero tenuti separati. Lo stato di opacità della cooperazione italiana è vergognoso. Al governo il dovere di metterci mano.

Secondo: darsi una linea politica chiara, organica e coerente. La cooperazione italiana pare una bandierina al vento delle mode del momento, di consensi internazionali passeggeri e delle pressioni dei missionari italiani. Invece l'Italia dovrebbe sapere chi aiutare, perchè e come. L'efficacia dei nostri aiuti va messa sotto esame e i loro obiettivi in discussione. Basta un veloce confronto tra le pagine web della cooperazione italiana e quella inglese per rendersi conti di quanto siamo arretrati e provinciali. Naturalmente, al momento, rimane forte il sospetto che la cooperazione serva, come quasi tutte le nostre istituzioni pubbliche, a chi la gestisce più che a quelli che dovrebbero usufruirne.

Terzo: comunitarizzare. A forza di verificare e controverificare il rispetto di inutili e numerosissime condizionalità, bilanci, qualità di governo e via discorrendo, ai paesi in via di sviluppo è stato imposto un peso burocratico non indifferente. Dati precisi non ce ne sono, ma è certo che una buona parte degli aiuti venga spesa per pagare il vitto e l'alloggio nei più lussuosi alberghi della capitale a folte commissioni di studio, che in un fine settimana, tra un safari e una gita in spiaggia, dovrebbero controllare come sono stati spesi proprio quegli stessi aiuti. Una soluzione sarebbe quello di comunitarizzare le politiche allo sviluppo europee. Gli stati membri si confrontino su linee guida e parole d'ordine nell'ambito del Consiglio per determinare una politica allo sviluppo comune, ma poi sia la Commissione a gestirla. Ne uscirebbe una politica allo sviluppo più efficiente ed efficacie, e magari più sensata.

Post scritto per il bloggoverno.






permalink | inviato da il 1/3/2007 alle 20:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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